16 Giugno 2006
Appunti di regia.
Viviamo nella notte dell’umanità, nell’era del sentimento arido, nella gelida ombra
proiettata dalla statua trionfante della macchina, in un mondo svuotato di poesia.
Tutto ciò, lo confesso, mi disgusta. Forse è per questo che ho abbracciato con gioia
quasi fanciullesca l’idea di uno spettacolo fatto di poesia; per rabbia, per ripicca,
per edifi care un tumulo su cui potessi piangere per la memoria di questo magnifi
co strumento dell’umanità; vetta delle più alte vette dell’anima, che i nostri tempi
hanno piano piano prosciugato di cuore e di signifi cato fi no a distruggerlo, riducendolo
a polvere di nulla. Per questa poesia che nessuno sa più fare. Così, per amore della
memoria perduta dell’uomo, è cominciata per me un’avventura intellettuale senza
precedenti.
Lentamente, senza che quasi me ne rendessi conto, la strada maestra
del Teatro si è mescolata con la pista angusta della cerca di un mistico Graal dello
spettacolo; le codifi cate Teorie del palcoscenico si sono mutate nell’affannosa
ma affascinante ricerca della formula alchemica della trasformazione del piombo
in oro. Tutto ciò a causa di una discordanza di termini alla partenza di questo
viaggio nel poetico: Poesia-Teatro. Io sono un uomo di teatro, faccio teatro, volevo
fare uno spettacolo teatrale.Uno spettacolo teatrale implica necessariamente l’esistenza
di una trama; forse non di parole ma sicuramente di una trama.
Una poesia ha una
trama; più poesie insieme non ce l’hanno.Uno spettacolo fatto di poesie non può
avere una trama, dunque non è uno spettacolo teatrale.
Agghiacciante scoperta! Ma
ormai la poesia si era impadronita dell’anima della bestia da spettacolo che c’è
in me e la dominava dal profondo come quando, ragazzino, leggendo il Carme di Catullo
su Sirmione, mi salivano le lacrime agli occhi per la commozione e vedevo davvero
la perla tra le isole, e davvero sentivo le lidie onde del lago frangersi sulla
sponda. Suoni sopiti ma, evidentemente, non dimenticati. Suoni di tale fascino da
costringermi a cercare una soluzione scenica che accordasse due elementi così apparentemente
in disaccordo come il Teatro e la Poesia. Non volevo fare un “recital”: mi annoiano;
né forzare la grandezza della poesia in un contenitore angusto come un argomento.
Io volevo uno spettacolo. Uno spettacolo di forza e di atmosfera, di emozioni e
di grande teatralità.
Ho operato allora una scelta, la prima e l’unica: ho scelto
il tempo in cui si muoveva la poesia. Se poesia doveva essere che fosse quella che
è nel nostro retaggio, che è nel nostro mito, quella che più fa vibrare le corde
più profonde della nostra arpa, la poesia latina. Dopodichè, ho lasciato fare alla
poesia. La poesia mi ha portato a scegliere se stessa, toccando ora quell’accordo,
ora quell’altro, fi no a che il testo defi nitivo non è stato un’ unica partitura
musicale per voci recitanti. La poesia ha fatto di “Caput Mundi” uno spettacolo
in cui tutti gli elementi si fondessero insieme in un tutto armonico, in un magma
che continuamente supera ed evolve se stesso cambiandosi e mescolando l’anima drammatica
a quella comica in una costante contaminazione, in una dimensione teatrale dove
la trama è l’atmosfera stessa che di se vive e si basta.
La poesia infi ne mi ha
portato a creare questo inno al ricordo di se stessa: malinconica lapide alle stanze
chiuse dell’animo umano dove un tempo si faceva la poesia.
- Regia di Claudio Calafiore
- Informazioni e prenotazioni presso il teatro Sacro Cuore di Modena.